LO
SPETTACOLO DI MISTER PAIN
Mi chiamo Michael Taylor, anni
quaranta, celibe, eterosessuale, operaio, razza bianca. Al giorno d'oggi tutti
vanno di fretta e devono bastare poche informazioni mirate per fare capire
all'altro chi si trova di fronte.
Questa almeno è l'illusione
dell'epoca in cui viviamo, capace di ingurgitare e digerire individui alla
velocità di uno spot pubblicitario.
Le persone invece andrebbero
conosciute più in profondità, per capire la storia che si portano dentro.
Anche io ho una storia, come
tutti. La mia però è particolare.
Kate, la donna che sto
frequentando da qualche settimana, sembra davvero interessata a me. Ha capito
che nascondo qualcosa, ma ancora non mi ha messo alle strette. È una donna: mi
studia, mi osserva, mi fa poche domande precise. Vuole arrivarci da sola, poco
alla volta.
Io per adesso le ho confidato che
ho paura del buio e che riesco a dormire solo con la luce accesa. Gliel'ho
dovuto dire per forza di cose. Anche quando la sera facciamo l'amore l'oscurità
è bandita. Non potrebbe essere altrimenti. Negli ultimi anni ho cercato di
mettere più miglia possibili tra me e la mia città natale. Non so, forse
inconsciamente spero che aumentando la distanza possa diminuire la mia fobia.
Ma anche qui a San Francisco, con il buco in cui sono nato lontano più di
tremila miglia, avverto dentro di me una paura fottuta. Talvolta capita di
sentire storie macabre sui topi, che di notte rosicchiano le appendici dei
malcapitati mentre dormono, senza che questi si accorgano di nulla. Per me è il
contrario. Quando la luce sparisce sento il terrore piluccarmi l'anima poco
alla volta, infliggendomi dolori fisici e morali inauditi. Resistere è
impossibile. La luce è l'unico antidoto capace di fare scomparire il male. Un
giorno forse guarirò, ma al momento non sono molto fiducioso. Mi chiamo Michael
Taylor e questa è la mia storia.
Sono nato a Brooks, una cittadina
insignificante della contea di Waldo nello
stato del Maine, il 15 maggio del
1972. Sono nato lì perché avevo fretta di uscire e mia madre non è riuscita a
raggiungere in tempo l'ospedale della città più vicina. Per fortuna c'era zia
Pauline con lei, una levatrice esperta. Forse è solo per questo che oggi sono qui
e posso raccontare certe cose. A Brooks c'erano campi e boschi in quantità
industriale e poco altro: una chiesa scarsamente frequentata, una taverna
ancora più deserta e un emporio malridotto. Sono sicuro che ancora oggi sia
così. Se avevi bisogno di qualcosa di specifico, come una birra d'importazione
o una marca di sigarette particolare ti dovevi spostare 12 miglia più a sud,
direzione Belfast.
Con oltre seimila abitanti
Belfast può considerarsi una metropoli in confronto a Brooks e al suo migliaio scarso
di anime. Lì ci sono bar, supermercati, banche e pure un cinema e una sala da
ballo. È lì che ho frequentato la Middle e la High School ed è sempre a Belfast
che ho perso la verginità a sedici anni.
Sì, diciamoci la verità, a Brooks
non c'era un cazzo, ma il secondo fine settimana di giugno la zona diventava il
polo d'attrazione dell'intera contea.
Procedendo lungo la Statale 7,
quasi a metà strada tra Brooks e Dixmont, si apre una radura abbandonata
situata all'interno del comune di Jackson.
Era tradizione che su quello
spiazzo incolto a metà giugno si svolgesse la Fiera dell'estate. Si trattava di
una festa di paese come tante, con luna park, baracconi e stand gastronomici,
che serviva agli abitanti della zona per incontrarsi e dare il benvenuto all'estate
in arrivo.
Non ci crederete, ma era una
fiera rinomata e c'era sempre un sacco di gente. Io l'ho frequentata da quando
avevo sei anni fino al 1989, l'anno del fattaccio. Dopo ciò che è accaduto la
fiera si è spostata più a nord, vicino la città di Burnham credo, ma non ne
sono sicuro. Il fatto è che da quel giorno per me è cambiato tutto.
Era il 9 giugno del 1989, un
venerdì sera di festa, e rammento quel giorno come se fossero passate solo
poche ore invece di vent'anni.
Io stavo con Pat e Ricky, gli
amici di sempre. Ci chiamavano gli inseparabili e avevano ragione. Avevamo
fatto tutte le scuole assieme ed eravamo come una seconda famiglia. Lasciammo
la Mustang del '70 di Pat nel parcheggio in ghiaia adiacente all'ingresso.
Ricordo che quando scesi dall'auto sentii subito uno strano brivido corrermi
lungo la schiena. Una sorta di presagio forse, ma col senno di poi sono tutti
indovini. Quanto amava quella macchina Pat! Era tutta la sua vita. Aveva
imbustato un'infinità di spese al supermercato di Belfast, falciato ogni
singolo prato della contea e lavato tutte le auto dello stato del Maine per
rimediare i dollari necessari a comprare un rottame incidentato e trasformarlo
nel diavolo giallo di cui andava tanto orgoglioso. Eravamo giovani,
incoscienti, ribelli al punto giusto e quel giorno avevamo in tasca anche
qualche dollaro da sperperare. Lasciammo il parcheggio e ci tuffammo nell'aria
di festa senza immaginare minimamente quello a cui stavamo andando incontro.
«Non ci sono storie, Mike» dice
Pat, «Back in black è la meglio che hanno fatto. Punto.»
«Non è che non mi piaccia, Pat»
rispondo io gesticolando, «ma vuoi mettere con Hells bells? Quei rintocchi
lugubri all'inizio del pezzo, sono una forza.»
Non sono ancora le otto e la
festa è già un brulichio assurdo di gente. Ci sono un sacco di ragazze in giro,
con t-shirt e gonne corte per festeggiare l'arrivo dell'estate. Mi perdo dentro
la camicetta di una bionda con un improbabile cappello alla texana, poi
riprendo la discussione. Gli AC DC sono il nostro gruppo metal preferito, mio e
di Pat, e le diatribe su quale sia il pezzo migliore sono all'ordine del
giorno.
«E poi le parole. Non farò
prigionieri, non risparmierò vite, nessuno si ribellerà. Non senti che
potenza? Dai Ricky, diglielo anche tu.»
Richard Kemp, per gli amici
Ricky, cammina di fianco a noi e muove la testa a destra e a sinistra, in
sincrono con lo sculettare della mora che ci precede. Il nostro scambio di idee
proprio non gli interessa.
«Volete proprio che ve lo dica?
Non mi importa un accidente del vostro gruppo e delle vostre discussioni del
cazzo. Sbrogliatevela fra di voi. E poi tanto lo sapete che mio fratello mi ha
già fatto il lavaggio del cervello, no? Per me esistono solo i Led Zeppelin.»
Ricky fa una pausa e ritorna a fissare la spilungona che ci precede, poi
attacca con le sue citazioni musicali. «Mi è stato detto che una donna dalle
lunghe gambe non ha anima.» Io e Pat ridiamo senza alcun ritegno e lo
vediamo andare all'arrembaggio di quella stanga sapendo già come andrà a
finire. Infatti, dopo un breve scambio di parole, lo vediamo ritornare sui suoi
passi con un'espressione sdegnata sul volto. «Ha le sue cose, ragazzi» dice
arricciando il naso e non possiamo fare a meno di ridere rumorosamente. Tutti e
tre assieme questa volta.
Come da prassi, la prima serata
della Fiera dell'estate dobbiamo provare tutto. Quello è il nostro patto da
sempre. Passiamo dal chiosco degli hot dogs a quello degli hamburgers, spariamo
coi fucili al tiro al bersaglio, ci inoltriamo nel tunnel degli orrori, poi a
turno ci facciamo leggere la mano dalla cartomante con le unghie finte. Sono
cose che abbiamo fatto già altre volte, ma ci divertiamo lo stesso. A Brooks si
può morire di noia e non è il caso di fare gli schizzinosi. Ogni anno poi c'è
una novità e quella va lasciata per ultima, come il dolce a fine cena. Nelle
edizioni precedenti ci sono stati il cinema tridimensionale, le montagne russe,
varie tipologie di freakshow. Che diamine! Tutte cose di un certo livello.
L’attrazione di quest'anno è
particolare. Il cartello posizionato all'esterno del baraccone recita
testualmente: L'INCREDIBILE SPETTACOLO DELLA MENTE DI MR.PAIN. INCUBI ASSICURATI.
Alla biglietteria c'è una signora
dai capelli rossi con delle labbra smisurate segnate da un rossetto lilla. Un
neo fatto con la matita gli decora lo zigomo sinistro. Gli occhi sono piccoli e
scuri e sembrano leggerti dentro.
«Due dollari a testa» ci dice
staccando i biglietti.
Mettiamo le mani nelle tasche dei
jeans e tiriamo fuori solo 5 dollari e 75 cents. Come al solito abbiano dato
fondo a tutte le nostre finanze.
«Va bene ragazzi, entrate pure.
Sconto simpatia» dice, regalandoci un sorriso di ghiaccio.
Entriamo. La stanza è opprimente,
sarà a fatica tre metri per tre. Due lettini malandati da psicologo e una
brandina sono allineati lungo una parete, mentre uno strano tipo basso e magro,
con una folta barba rossa che gli arriva all'altezza dell'ombelico è appoggiato
a un tavolino nero sul lato opposto.
«Prego, accomodatevi sui lettini»
dice senza troppe cerimonie. «Io sono Mr. Pain e sono qui per dare forma ai
vostri incubi.» Il volto pare deformarsi in un sorriso malato, poi si posiziona
su di uno sgabello dall'aria scomoda e accavalla le gambe. I suoi occhi sono
chiari, grossi e freddi come quelli di un calamaro gigante.
«Se non ci riesce ci ridà
indietro i nostri soldi, vero?» dice Pat, incrociando le braccia sul petto e
assumendo la sua tipica espressione da miscredente.
«Non vi preoccupate, nessuno si è
mai lamentato. Piuttosto, siete sicuri di non volere rimandare a domani?»
L'omino fa una pausa a effetto, poi guarda l'orologio. «È quasi mezzanotte e a
quest'ora la suggestione della mente è molto potente.»
«Su, poche chiacchiere, vogliamo
cominciare o no?» È Ricky ad avere parlato questa volta. Vorrebbe apparire
determinato e sicuro di sé, ma una leggera incrinatura nella voce lo tradisce.
Ha paura, e lo stesso vale per me. Guardo Pat. Lui ha ancora la maschera dello
scettico calata sul viso.
«Come volete ragazzi, procediamo.
Liberate la mente e lasciate fluire le vostre paure.»
L'omino batte le mani e quattro
drappi neri calano a coprire le pareti della stanza. Il piccolo barbuto ride e
la sua espressione sembra ancora una volta precipitare nell'abisso della
follia. Un nuovo battito di mani e la luce si spegne. Ora tutto è tenebra.
Allungo la mano verso il lettino in cui è sdraiato Pat ma tocco soltanto
l'aria. Mi dico che non è possibile: i lettini disteranno tra loro non più di
venticinque centimetri. Mentre la paura inizia a sconfinare nel terrore una
musica sgraziata invade la stanza. Non ha senso, men che meno armonia. È un mix
orrendo di unghie che grattano sui muri, un digrignare assassino di denti, uno
schioccare impazzito di ossa. Poi si alza la voce di Mr Pain. Prima è leggera,
ipnotica, quindi prende vigore.
«L'orrore è con voi, la paura
siete voi. L'orrore è con voi, la paura siete voi. L'orrore è con voi, LA PAURA
SIETE VOI. L'ORRORE È CON VOI, LA PAURA SIETE VOI.»
Il mantra è un martello che
sbatte con violenza contro le pareti del cranio.
«I vostri incubi sono reali,
l'orrore ha fame di voi, ha fame di voi, HA FAME DI VOI!»
L'omino dalla barba rossiccia
urla e pare il diavolo fatto persona.
La luce si accende per un attimo
e si vede Mr. Pain ballare, facendo roteare tra le mani la testa sanguinante
della bigliettaia dai capelli rossi e il rossetto lilla. Contraggo la bocca in
una smorfia di orrore e mi giro verso Pat. Lui è lì, spaventato come me.
Allungo la mano e questa volta riesco a toccarlo.
La luce si spegne di nuovo e gli
occhi tornano a vagare nel buio. La stanza sembra muoversi, girare su sé stessa,
strani rumori provengono dal muro dietro di noi, poi immagini orrende iniziano
a passare sopra i drappi che rivestono le quattro pareti. È come trovarsi al
cinema dell'inferno. Esseri deformi si susseguono emettendo grugniti
incomprensibili. Si rincorrono e si colpiscono con quelle che paiono essere
membra umane. È poi la volta di un esercito di donne gravide: sono nude, stanno
in piedi sopra delle sedie e hanno tutte la stessa espressione assente. Le mani
sono dietro la schiena e quando le portano davanti al pancione stringono un
coltello. Chiudono gli occhi per un attimo e quando li riaprono le pupille sono
scomparse, inghiottite dalle sclere bianche. Simultaneamente, come dentro la
coreografia di un balletto macabro, affondano il coltello nel ventre, uccidendo
il loro bambino. L'espressione vacua ora è scomparsa da quei visi e sembrano
essere coscienti di ciò che hanno fatto. Un urlo disumano si spande nell'aria
mentre le poverette iniziano a strapparsi i capelli. Alla fine si rannicchiano
stremate sul pavimento, in posizione fetale, col sangue che continua a uscire
dagli addomi squarciati.
«BASTA!» sbotta Ricky. Anche Pat
si unisce al grido dell'amico, mentre io ho le corde vocali paralizzate.
«Ancora un po' di pazienza amici,
non è ancora finita» ammonisce Mr. Pain dal fondo del buio. La luce si
riaccende ancora una volta e ora l'omino è nudo di fronte a noi. Strane
protuberanze gli spuntano dal torace, dai bicipiti, dalle cosce. Sono volti
urlanti, straziati, che cercano di uscire da quella prigione di carne infetta.
«Pronti per il gran finale?»
L'omino balla, si dimena, si contorce come un'anguilla. Ride ancora e i suoi
denti sono piccoli e appuntiti come quelli di un luccio. Poi muove il naso a
destra e sinistra, annusa, fiuta la paura.
«L'incubo è affamato e il pasto
siete voi, l'incubo è affamato e il pasto siete voi.» Il mantra riprende,
sempre più suadente e ipnotico.
La nostra mente è in balia della
suggestione o forse del male più totale.
Io mi giro di lato e vomito sul
pavimento. Pare che l'anima voglia scivolarmi via dal corpo. Sul telo alla mia
sinistra intanto proseguono le immagini. Si vede in primo piano il viso di una
giovane donna: è arrabbiata e i suoi occhi sono carichi d'odio. Quando il campo
si allarga, si vede che la donna è legata a un palo. Poi arriva il fuoco e la
stanza si riempie di urla di sofferenza. Sulle pareti ora ci sono decine di
uomini e donne che stanno bruciando vivi. Le immagini sono repellenti. La pelle
si squaglia, i capelli s'incendiano. È come vedere dei buchi neri urlanti
inghiottiti dalle fiamme. Oltre alle urla nella stanza si sente odore di
bruciato, puzza di legna in combustione, olezzo di morte. Un tanfo acre mi sale
dalle narici fino al cervello. Anche la temperatura è opprimente. Il panico ci divora
e urliamo come vitelli al macello. Poi delle esplosioni multicolori si
susseguono veloci: lampi blu, gialli, rossi e verdi, fin quando finalmente la
luce ritorna e di Mister Pain non c'è più alcuna traccia. La prima cosa che
cerchiamo di fare è scendere dai lettini, ma le gambe vanno a sbattere contro
il legno. Siamo storditi, confusi, poi abbassando lo sguardo ci rendiamo conto
di essere dentro delle casse da morto. Io e Pat ci gettiamo letteralmente fuori
dai cofani, andando a picchiare col sedere sulle assi del pavimento. Ricky
resta paralizzato dal terrore: con difficoltà ci rialziamo e aiutiamo il nostro
amico a uscire dalla cassa. Ci abbracciamo e facciamo fatica a reggerci sulle
gambe. I drappi alle pareti non ci sono più. Un indefinibile odore chimico ha
impregnato la piccola stanza. Con tutta la forza di cui disponiamo apriamo la
porta e finalmente usciamo all'aria aperta. La frescura ci investe, e invece di
regalarci un po' di sollievo ci gela l'anima.
C'è ancora abbastanza gente in
giro, ma non quella di prima. Invece di ragazzi e coppie mature ora la notte
pullula di pazzi dai volti sfigurati, mostri e demoni. Tra le mani non tengono
più bibite, popcorn o bastoncini di zucchero filato, ma asce, coltelli e mazze
chiodate. In preda al panico cerchiamo di fuggire ma incespichiamo nelle nostre
scarpe da tennis. Quella congrega di mostri non aspettava altro: si avvicina
brandendo le armi e sfoderando plotoni assassini di denti marci e corrotti. È
lì che l'adrenalina e l'istinto di sopravvivenza hanno la meglio. Ci rialziamo
con rapidità e scappiamo, facendo roteare i pugni e colpendo tutto ciò che ci
capita a tiro. Oramai siamo già nel parcheggio, però nella foga perdo
l'equilibrio e mi ritrovo nuovamente a terra. Gli altri non se ne accorgono e
quando mi rialzo, la Mustang ha già fatto in tempo a cozzare contro una Pontiac
per poi prendere il largo. Non mi giro, ma sento la minaccia avanzare alle mie
spalle. La percepisco nettamente. Senza perdere tempo mi metto a correre come
un forsennato. Corro, senza mai voltarmi indietro, per un tempo imprecisato,
divorando come un centometrista l'asfalto della Statale 7. Sono quasi senza
fiato quando riesco a deviare in una piccola strada sterrata. La zona è
totalmente priva d'illuminazione, cosicché mi ritrovo col naso spiaccicato
contro una recinzione metallica. Scavalco la rete e atterro dall’altra parte.
Cerco di non fare rumore ma non riesco a controllare il fiatone. Ho bisogno
d'ossigeno e succhio l'aria con avidità. La testa mi gira e più passa il tempo
e più le immagini orripilanti del baraccone mi suonano reali. E tutti quei
mostri che ci seguivano all'uscita erano veri o si è trattato solo del parto
della mia mente sovreccitata? Sovreccitata e corrotta?
Cammino guardingo, cercando di
fendere l'oscurità. I miei occhi dopo un po' si abituano al buio e allora
riesco a capire dove mi trovo. Rottami, una distesa infinita di rottami. Quella
è la proprietà di J.J. Climson, lo sfasciacarrozze di Dixmont.
Ululati e risate assassine galleggiano
sopra la mia testa. Forse è soltanto un macabro gioco portato avanti dal vento
o forse è realtà. Non so più cosa sia vero e cosa sia frutto dell’immaginazione.
Ho la bocca arida e il cuore mi pulsa in modo spaventoso: sono terrorizzato e
ho bisogno di un rifugio. Mi addentro con timore sempre crescente nel cimitero
delle automobili, poi, quando sento prossimo il crollo definitivo, avvicino una
carcassa e mi nascondo nel suo capiente bagagliaio. Me ne starò lì fino allo
spuntare del sole, fronteggiando l'oscurità, sperando che il bagagliaio non
m'inghiotta per cagarmi fuori in un’altra dimensione.
Guardo Kate. È sdraiata alla mia
destra e dorme come un angelo. La luce è accesa ma non credo le dia fastidio.
Mi faccio coraggio, raggiungo l'interruttore e spengo la luce.
Solo cinque minuti, mi dico.
Appena la stanza sprofonda nell'oscurità sento il respiro farsi più concitato.
Ritorno con il corpo e la mente in quel bagagliaio nell'autodemolizione del
signor Climson e allora stringo Kate con delicatezza, alla ricerca di un
contatto rassicurante.
Apro il bagagliaio e di fuori è
finalmente giorno. Esco e mi accorgo di non essere più terrorizzato come la
sera precedente, anche se una strana sensazione d'inquietudine mi dilania le
viscere. Cammino lungo il ciglio della Statale 7 senza incrociare anima viva.
La strada a quell'ora del sabato mattina è sempre poco frequentata. Vado piano,
mi prendo tutto il tempo che voglio e quando passo davanti allo spiazzo della
Fiera dell'estate getto solo un'occhiata furtiva, per poi ritornare a guardare
davanti a me. Mr Pain e i suoi orrori sono assassini nascosti agli angoli della
mente, pronti a uscire per le loro scorribande col favore delle tenebre.
Cammino. La sensazione di disagio
si fa sempre più accerchiante. Manca meno di un chilometro per Brooks quando,
in prossimità della curva che immette nel rettilineo finale, vedo le strisce
nere sull'asfalto. Mi avvicino di corsa. Decine di metri di copertoni bruciati
che conducono alla Mustang gialla di Pat, accartocciata nel campo sulla destra.
Nel rottame non c'è traccia di Pat e Ricky.
Le ricerche andranno avanti per
mesi, ma nessuno li rivedrà più. Stesso discorso per Mr. Pain: scomparso,
svanito nel nulla.
Io lo immagino perennemente a
zonzo per gli Stati Uniti, con nomi e fattezze sempre differenti e nuove
diaboliche attrazioni da mostrare alle sue vittime. Spettacoli fatti apposta
per rubare le anime ai malcapitati di turno, come successo con Pat e Ricky.
Mi manca il fiato. Allungo la
mano e accendo la luce. La radiosveglia sul comodino segna le 03.26. Non male,
ho resistito più di un'ora. Guardo la schiena nuda di Kate e mi sembra di
vedere sotto le sue scapole i volti urlanti e deformati dei miei due amici. È
solo un attimo, poi spariscono. La bacio su una spalla e mi giro dall'altra
parte. Domani forse le dirò ogni cosa, proverò a esorcizzare il buio e i mostri
che lo popolano. Glielo devo.
Lo devo anche a me stesso.
Il racconto è presente nell'antologia 5 minuti al buio, curata dal gruppo Facebook Stephen King-Italia edito dalla casa editrice La Ruota
All'interno sono presenti le bellissime illustrazioni di Anna Legge

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